Milleduecento milioni di euro in più nelle casse delle prime sei banche italiane, da qui a fine anno. È l’effetto dell’aumento dei tassi e di una stima di mercato basata sugli impieghi verso la clientela registrati alla fine del 2021. Con il secondo ritocco dei tassi di interesse deciso dalla Banca centrale europea all’inizio del mese e che è entrato in vigore il 14 settembre, cambia infatti profondamente il panorama di riferimento sul fronte dei tassi bancari, sia attivi che passivi. Era dal 2016 che il denaro costava praticamente zero (16 marzo) o addirittura implicava valori negativi. Una realtà cancellata dalle due manovre ravvicinate della Bce: a luglio i tassi sono stati aumentati dello 0,50 per cento, ora di un ulteriore 0,75 per cento, decisione questa che porta il numero magico di riferimento (per ora) a 1,25 per cento.

Undici anni

Era dal 2011 che la Bce non toccava al rialzo i tassi. L’urgenza dell’intervento è stata determinata dalla crescita dell’inflazione e gli effetti si avvertiranno nei prossimi mesi. Il trimestre che chiuderà l’anno potrà quindi risentire per intero di queste dinamiche, anche se l’improvvisa crescita potrebbe indurre a un rallentamento delle richieste di finanziamento. La tendenza però è chiara ed è stata confermata dall’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, che ha evidenziato come ogni 100 punti base di aumento dei tassi di interesse (1%), «abbiamo un miliardo di ricavi in più». Secondo Orcel questo aumento «è a bocce ferme, senza crescita e aiuta ad assorbire le sofferenze che senza dubbio saliranno».La volontà della Bce è chiara: calmierare l’inflazione attraverso la leva del costo del denaro. Con effetti prevedibili nella forma, ma non ancora nella dimensione, per le singole banche, aziende, privati risparmiatori. Farsi finanziare una nuova iniziativa imprenditoriale costerà di più, molto di più in termini percentuali, rispetto a solo due mesi fa. Ma vale in questo momento la considerazione che il movimento al rialzo era prevedibile e che il valore assoluto del costo del denaro rimane estremamente basso. Anche senza andare con la memoria all’epoca pre-euro, quando in Italia ci si finanziava in doppia cifra, un tasso complessivo dell’1,25 per cento a cui si aggiunge lo spread applicato dalla banca, rimane comunque favorevole alle aziende e, probabilmente, anche ai singoli risparmiatori. E non confrontabile con quanto accade negli Stati Uniti. Va poi detto chiaramente che le nuove regole si applicano solo da qui in avanti. Quanti hanno ottenuto finanziamenti a tasso fisso, sono state molte le sottoscrizioni di mutui residenziali che negli ultimi anni hanno scelto questa formula, non saranno toccati dai recenti provvedimenti della Bce. Per loro, nulla cambia.

Diversa la prospettiva per chi andrà a indebitarsi da oggi in avanti. I tassi fissi andranno a collocarsi almeno 125 basis point più in alto e così i variabili. Sarà più impegnativo pagare le rate del mutuo, ma anche le aziende dovranno considerare i nuovi progetti di sviluppo alla luce delle mutate condizioni di mercato. Sul lato delle banche, invece, dopo anni di sofferenza, una delle caratteristiche voci dei ricavi sembra destinata a riprendere fiato. Se la voce Commissioni nette negli anni più recenti ha superato nettamente il contributo al conto economico arrivato dal pagamento degli interessi, ecco che adesso questa distanza è destinata a ridursi o addirittura a ribaltarsi nel corso del 2023. La nostra simulazione è partita da un dato certo: il totale degli impieghi, ovvero dei crediti verso la clientela, che le sei maggiori banche italiane hanno evidenziato alla chiusura del bilancio 2021. Questo valore è stato moltiplicato per 1,25, il nuovo tasso base di interesse. Ma siccome ogni singola banca continua a mantenere una notevole legacy dal passato (i finanziamenti durano molti mesi, i mutui anche molti anni), su consiglio di un primario banchiere abbiamo considerato che solo un terzo degli impieghi sia soggetto agli incrementi in essere, considerando due fattori prima degli altri: l’esistenza di molti contratti a tasso fisso e l’aumento dei tassi passivi. Ovvero, se a quota zero nessuno si poteva sentire autorizzato a chiedere la remunerazione del proprio denaro depositato, oggi probabilmente qualcuno potrebbe farlo. «È una media, una stima, che cerca di tenere conto sommariamente delle varie possibilità. Considerando i tassi all’1,25 per cento se le banche riuscissero a tenere per sé un terzo di questa cifra non dovremmo essere molto lontani dalle realtà», dice il banchiere.

Venendo alla simulazione, Intesa Sanpaolo ha registrato Impieghi nei confronti della clientela per 465,354 miliardi di euro alla fine dello scorso anno. L’amento dei tassi di interesse dovrebbe valere 1,94 miliardi l’anno che in un trimestre equivalgono a 484,53 milioni di euro. Per Unicredit, che parte da Impieghi per 437,544 miliardi, l’incremento potrebbe arrivare a 455,7 milioni da ottobre a dicembre. Il Banco Bpm potrebbe arrivare ad un aumento degli interessi per 113,9 milioni, partendo da 109 miliardi di impieghi, mentre Bper potrebbe aumentare di 82,39 milioni le entrate partendo da 79 miliardi di Impieghi, dato questo che dovrà però essere rivisto alla luce della recente acquisizione di Carige. In linea con Bper c’è il Monte dei Paschi di Siena: 82 milioni in più partendo da 79,38 miliardi di impieghi. Minore, ma non trascurabile, l’incremento possibile delle entrate per il Credem, che partendo da 40,2 miliardi di Impieghi potrebbe vedere crescere gli interessi di 41 milioni. Sia chiaro, abbiamo parlato di simulazioni, previsioni che sono soggette alla verifica dei fatti. Ma è certo che un ritocco così significativo dei tassi cambierà il panorama di riferimento.

Da qui al 31 dicembre

Nei prossimi mesi l’ordine di grandezza dovrebbe essere quello rappresentato: oltre 1.200 milioni in più nelle casse dei maggiori gruppi bancari, fatta salva la possibilità di ulteriori aumenti da qui a fine anno. Milioni che arriveranno necessariamente dalla clientela, fatta di privati ed aziende. Si raffredderà l’inflazione? È probabile e il mercato tornerà gradualmente a remunerare anche i depositi. Con una curva che si è impennata così rapidamente è impensabile non prevedere un effetto speculare. Ma in questo momento di profonda discontinuità non bisogna sottovalutare chi, come Citi, ha previsto che la curva dei tassi sia solo a metà della strada che dovrà percorrere da qui a fine anno, posizionando l’asticella attorno al 2,5 per cento al 31 dicembre 2022. Non solo: la medesima Citi ha stimato che un aumento dello 0,50 per cento dei tassi di interesse valga mediamente una crescita dell’8 per cento degli utili per azione di ogni singola banca dell’Eurozona.

 

(Fonte: Corriere Economia)

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